Massimo Oriti del giornale "L'Ora" di Palermo intervista Umberto Santino
Lo scorso mercoledì 23 maggio è stato il nono anniversario della strage
di Capaci. Il prossimo 19 luglio sarà quello della strage di via D'Amelio.
Falcone e Borsellino sono soltanto le vittime più eclatanti, le più
importanti, di una strategia di violenza mafiosa che in quei mesi fra
il '92 e il '93 colpì lo Stato, i suoi servitori, la Chiesa, la gente
comune, e gli stessi mafiosi. Ricordare è un atto di dovere. Il 12 marzo
'92 viene ucciso Salvo Lima l'uomo che guidava di fatto la DC siciliana,
secondo solo ad Andreotti in Sicilia; il 4 aprile viene ucciso ad
Agrigento il maresciallo Giuliano Guazzelli collaboratore del giudice
Livatino; il 23 maggio tocca a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca
Morvillo, agli uomini della scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e
Vito Schifani; il 19 luglio la strage in via D'Amelio, Paolo Borsellino
e la sua scorta, Agostino Catalano, Walter Cusina, Vincenzo Li Muli,
Emanuela Loi e Claudio Traina; il 17 settembre cade Ignazio Salvo,
l'esattore della mafia, già condannato al maxiprocesso; il 28 settembre
il cittadino comune Paolo Ficalora, colpevole di aver ospitato nel suo
villaggio turistico, a sua insaputa, il collaboratore di giustizia
Totuccio Contorno. E poi il 1993, la mafia alza il mirino e sbarca sul
continente: il 14 maggio a Roma, in via Fauro, esplode un'autobomba
provocando una vittima; un'altra esploderà il 27 dello stesso mese a
Firenze in via dei Georgofili, nei pressi della Galleria degli Uffizi, 5
i morti (Angela Fiume, Fabrizio Nencioni, le loro figlie Elisabetta e
Caterina, e Dino Capolicchio); il 27 luglio ancora un'autobomba esploderà
a Milano (altre 5 vittime, Carlo Lacatena, Stefano Picerno, Sergio
Pasotto, Alessandro Ferrari e Driss Moussafir); tre quarti d'ora dopo
altri due esplosioni a Roma, uno alla basilica di S. Giovanni in Laterano
e l'altro davanti alla chiesa di S. Giorgio al Velabro, segno che neanche
la Chiesa è risparmiata dall'azione mafiosa.
La risposta dello Stato in verità non si fece attendere. L'arresto di
Riina, di Santapaola, di Pulvirenti, la speciale legislazione antimafia
dovevano colpire una criminalità che a detta di tutti si era spinta troppo
in là e, soprattutto, dovevano tranquillizzare l'opinione pubblica
fortemente scossa dalla violenza dell'attacco.
Oggi, a quasi dieci anni dalla violenta rappresaglia criminale, viviamo
in una sorta di limbo culturale. La mafia non è più visibile, e l'azione
antimafia (civile e politica) si è resa sfocata, incerta e velleitaria.
Ma abbiamo ancora bisogno di ricordare, e soprattutto di capire la realtà
nella quale stiamo vivendo. Ne abbiamo parlato con Umberto Santino,
fondatore del Centro di documentazione "Peppino Impastato", una delle più
lucide coscienze dell'antimafia, da trent'anni uno dei punti fermi
nell'azione culturale contro la criminalità organizzata.
Nelle sue opere, a partire dal suo ultimo libro Storia del movimento
antimafia, lei affronta il tema dell'evoluzione dell'antimafia nel corso
delle varie "stagioni" politiche, culturali, civili ed economiche di
questa terra. Quali differenze ci sono tra l'azione antimafia a seguito
delle stragi Falcone e Borsellino e delle bombe a Roma, Milano e Firenze
e l'antimafia di questi ultimi tempi.
Negli anni '80 e '90 c'è stata un'antimafia che in larga parte, sia a
livello istituzionale che a livello di società civile, è stata una
risposta all'escalation della violenza mafiosa. Cioè c'è stato un limite
di fondo che chiamo "emergenzialismo": ricordiamoci che la legge antimafia
venne una settimana dopo l'omicidio di Dalla Chiesa, il maxi-processo è
venuto sull'onda dello stesso delitto Dalla Chiesa, e poi ci sono state
altre leggi, altri processi, altri arresti, altre condanne, negli anni
'90 dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio e le stragi di Firenze e
di Milano. Sia a livello istituzionale che di società civile l'emozione e
l'indignazione suscitate dalla violenza mafiosa, dalla sfida mafiosa, che
colpiva personaggi che nell'immaginario collettivo avevano il ruolo di
eroi antimafia (prima Dalla Chiesa e poi Falcone e Borsellino), hanno
portato alla legislazione antimafia, alla repressione, hanno portato
anche alla mobilitazione della società civile con grandi manifestazioni e
con il proliferare di associazioni e di comitati. Ma sfiorite le emozioni,
sia l'impegno istituzionale sia la mobilitazione della società civile
sono andati sempre più scemando, e adesso viviamo in una fase di flessione,
di arretramento. Per quanto riguarda il ruolo delle istituzioni, gran
parte degli strumenti legislativi che erano stati ideati e messi in atto
dopo le stragi sono stati o attenuati o cancellati e i magistrati oggi si
trovano ad avere armi spuntate: le collaborazioni sono finite, il
processo penale ritorna ad essere quello "normale", con notevoli
appesantimenti per la formazione della prova, con dilatazione dei tempi
ecc.
Anche a livello della società civile dopo le grandi manifestazioni, dopo
il fiorire delle associazioni c'è stato un arretramento: alle
manifestazioni si partecipa sempre in meno, molte delle associazioni che
sono nate nel corso degli anni '90 sono entrate in crisi e parecchie non
ci sono più.
Questo è il dato su cui riflettere: l'antimafia che abbiamo vissuto sia
a livello istituzionale che di società civile si è configurata
esclusivamente o principalmente come risposta alla sfida mafiosa, in base
a un'idea di mafia considerata come un'emergenza temporanea, di cui
preoccuparsi solo quando colpisce in alto, come è stato per Dalla Chiesa,
Falcone e Borsellino. Una volta finita l'emergenza molti hanno pensato
che il pericolo era passato e che si potevano tirare i remi in barca.
Qual è l'evoluzione dell'impegno dei partiti, visto che nella lotta alla
mafia tutti si richiamano alle medesime idee.
Intanto c'è un dato storico da tenere presente: la lotta alla mafia
l'hanno fatta le forze di sinistra e anche alcune componenti del mondo
cattolico, don Sturzo e Piersanti Mattarella, per fare qualche esempio.
Però il grande contributo alla lotta contro la mafia storicamente l'hanno
dato le forze di sinistra.
Questo discorso che si fa oggi che la mafia colpisce tutti e quindi che
la lotta alla mafia riguarda tutti forse può riguardare l'ala militare.
Ma la mafia è un sistema di relazioni, è un sistema di rapporti con il
mondo economico, con le amministrazioni pubbliche, con il mondo politico
e istituzionale. La storia della mafia e dell'antimafia ci dicono che c'è
chi questa lotta l'ha fatta e chi era dall'altra parte. Francamente
queste dichiarazioni di Berlusconi, dopo il grido d'allarme del
procuratore Grasso sulla "mafia invisibile", sono in netta contraddizione
con le sue scelte: candidare personaggi che sono sotto inchiesta per
mafia significa lanciare un messaggio che non può non tornare gradito ai
mafiosi. La lotta alla mafia significa essenzialmente coerenza fra le
cose che si dicono e le cose che si fanno. All'interno di Forza Italia e
delle altre forze che hanno vinto le elezioni non vedo questa volontà di
fare la lotta alla mafia, e il segnale che hanno dato durante la campagna
elettorale candidando e facendo eleggere i personaggi di cui parlavo è un
segnale pro mafia e non contro.
C'è un appiattimento dell'idea di mafia come ala militare, in particolare
l'ala stragista, cioè Totò Riina e i suoi fedelissimi. Ma se si fa
un'analisi corretta della mafia che lega i gruppi criminali ad un blocco
sociale, a un sistema di rapporti, qui cominciano le differenziazioni.
Chiarito che nella lotta alla mafia i partiti di sinistra hanno avuto un
posto in prima linea, allora quali cambiamenti sono venuti maturando in
questo impegno nel corso degli anni?
Negli anni '40 e '50 erano le grandi masse contadine che lottavano contro
la mafia e non eroi solitari, e c'erano impegnati sindacati, partiti
politici: il partito socialista, il partito comunista. Questa è stata la
grande stagione di lotta contro la mafia, quella che comincia dagli anni
'90 del XIX secolo e si conclude negli anni '50 del XX secolo. Negli anni
'60 e '70 c'è stata una fase di transizione in cui dopo l'emigrazione
(ricordiamo che sono partiti più di un milione di persone su una
popolazione di quattro milioni, quattro milioni e mezzo negli anni
'50-'70, ci fu un dissanguamento che ha ridotto le forze di sinistra e il
sindacato a presenza minoritaria) si aprì una fase in cui la lotta si è
spostata a livello istituzionale: la Commissione Antimafia, con Li Causi,
La Torre, Terranova. A livello di attività politica ci fu l'impegno dei
gruppi della "Nuova sinistra", al cui interno c'è l'esperienza di Peppino
Impastato. Successivamente c'è la fase dell'impegno di settori delle
istituzioni e della società civile, con il limite dell'emergenzialismo di
cui ho già parlato.
Io ritengo che negli ultimi anni non si sia fatta lotta politica contro
la mafia; al di là di qualche manifestazione, di qualche iniziativa,
anche apprezzabile, è crollata la lotta politica contro la mafia. Ha
operato una sorta di delega nei confronti della magistratura e di alcuni
magistrati particolarmente impegnati e particolarmente esposti. Mentre
prima la lotta alla mafia era intrisa di politicità, negli ultimi tempi
ha operato la supplenza ai magistrati in base a una delega che è stata
data come se loro potessero affrontare non solo i crimini mafiosi ma
anche i rapporti fra mafia e politica. Io ritengo che l'insuccesso di
alcune iniziative della magistratura che hanno cercato di portare sul
terreno giudiziario il rapporto tra mafia e politica si debba anche al
fatto che si è pensato che i magistrati fossero gli unici ai quali
delegare l'attenzione per questo rapporto, che a mio avviso deve essere
il terreno su cui si deve sviluppare la lotta culturale e politica. C'è
stata insomma una supplenza della magistratura nella assenza della lotta
politica alla mafia.
Nella relazione della Commissione parlamentare antimafia su mafia e
politica del '93 si parlava di responsabilità politica oltre che di
responsabilità giudiziaria. Questo tema della responsabilità politica,
che implicava l'autoregolazione da parte dei partiti, siccome è privo di
sanzioni è rimasto sulla carta. Quando si candidano, e si fanno eleggere,
personaggi inquisiti o personaggi sotto processo si dice chiaramente che
questa responsabilità politica è soltanto un'espressione verbale, cioè
non ha nessuna rispondenza sul piano dei comportamenti di fatto. Si
parlava di autoregolazione da parte dei partiti, ma i partiti si sono
autoregolati in un altro senso, sostenendo o dando ad intendere che
questa dimensione politica della responsabilità non esiste. Ma questo è
frutto del fatto che la lotta politica contro la mafia è finita. C'è
stato un vero e proprio assenteismo delle forze politiche.
Lei ha parlato del procuratore Grasso e del suo allarme per questa mafia
che si rende sempre più invisibile. Questa invisibilità della mafia, il
suo nascondersi agli occhi tanto delle istituzioni che a quelli della
società civile, è una strategia o il frutto di un accordo, ancorché
tacito, con le istituzioni?
In base all'analisi vuoi ingenua vuoi interessata, per cui la mafia
esiste quando spara ed è un fenomeno di cui preoccuparsi quando uccide
personaggi come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, si dice che la mafia
non c'è più, è alle corde, che la mafia è stata vinta, è scomparsa.
Qualche magistrato o qualche esponente della società civile di tanto in
tanto lancia l'allarme dicendo che la mafia è invisibile ma c'è ancora,
che la mafia ha ricevuto dei colpi ma è ancora vivissima. La mafia
attraverso l'inabissamento, l'immersione, cerca di rendersi meno visibile
per rilanciare il suo ruolo sia a livello economico che a livello
politico-istituzionale. Io condivido questa analisi, però dico
chiaramente che è inadeguata rispetto alla complessità che il fenomeno
mafioso è andato sempre più assumendo, soprattutto tenendo conto del
quadro internazionale in cui anche la mafia siciliana si colloca.
La storia della mafia intreccia rigidità formali ed elasticità di fatto;
la mafia di adesso più che essere l'incarnazione di una nuova mafia,
ritorna indietro alla fase della sua storia prestragista. Cioè la mafia
che mette al centro la mediazione, la scarsa visibilità, che mette al
centro il terreno degli interessi, dei rapporti con la politica, con
l'economia, con le istituzioni, è la mafia classica. La mafia stragista
rappresenta l'alterazione di un modello che, pur essendo sempre fondato
sulla negazione del monopolio statale della forza (i mafiosi usano
l'omicidio come la pena di morte), ricorreva più alla mediazione che alla
sfida eclatante. Da qualche anno i mafiosi hanno capito che gli omicidi
come quelli di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, hanno avuto degli
effetti boomerang: la legislazione antimafia, gli arresti, le condanne
all'ergastolo. Hanno capito che bisogna ritornare alla mediazione. La
mafia invisibile di adesso è in larga parte la ripresa del modello
classico. I capimafia hanno capito che bisogna controllare la violenza,
soprattutto quella rivolta verso l'alto, e questa è la condizione
necessaria per rilanciare il proprio ruolo a livello economico, a livello
sociale e a livello politico.
Che ci sia un accordo non è da escludere: Con un sistema politico fondato
sull'alternanza la mafia cerca di intrecciare rapporti con quello che
considera di volta in volta il cavallo vincente. Se la nuova DC è
rappresentata dal centro-destra, e in particolare da Forza Italia, allora
si apre una stagione in cui i rapporti saranno soprattutto con i nuovi
detentori del potere. Queste operazioni, del resto, sono già cominciate
con le elezioni politiche del marzo '94: le intercettazioni telefoniche
di Mandalari, il commercialista consulente di vari capimafia, da
Badalamenti a Riina, la dicono abbastanza lunga sugli approcci che sono
cominciati già allora. Ne parlo ampiamente nelle ultime pagine del mio
libro L'alleanza e il compromesso.
Questa strategia dell'invisibilità è il frutto di un ripensamento da
parte dei mafiosi ma può anche essere il risultato di alleanze che si
cominciano a costruire e che si fondano su un do ut des, i mafiosi
rinunciano, almeno in parte, all'uso della violenza, garantendo un certo
rapporto di "convivenza pacifica" con i detentori del potere, che in
cambio soddisferanno le richieste dei mafiosi su vari terreni, a
cominciare dagli appalti di opere pubbliche e dalla messa in atto di un
sistema di garanzie che assicuri una buona dose di impunità.
Considerando i risultati degli ultimi procedimenti giudiziari a carico di
Andreotti e Contrada e le ultime decisioni della Corte di Cassazione in
merito alla non responsabilità di mafiosi che pur appartenendo alla
"cupola" non sono responsabili dei delitti di cui sono solo a conoscenza,
in cui cioè non hanno avuto ruolo attivo, da più parti si dice che oggi
ci troviamo in una nuova stagione di garantismo.
Come dicevo prima l'arretramento delle istituzioni, come anche della
società civile, è cominciato una volta che i mafiosi hanno capito che non
bisognava più compiere stragi, i cosiddetti delitti eccellenti. Quindi se
l'attivazione della società civile, e delle istituzioni, ha avuto il
limite dell'emergenzialismo di cui parlavo, riusciamo a capire che una
volta finita questa sfida da parte dei mafiosi c'è stato il ritorno a
quella che si definisce una condizione "normale". Ritengo che questa
accentuazione del garantismo che è già passata a livello legislativo, con
la modifica costituzionale del cosiddetto giusto processo e con queste
assoluzioni, siano il prodotto di un clima che è determinato dal fatto
che si pensa che la mafia non ci sia più o che non sia più pericolosa
come prima.
Però c'è da chiedersi se non ci sono state anche carenze relative alla
legislazione così come si era configurata e alla pratica della
magistratura così com'era possibile all'interno del quadro legislativo
dato. Per esempio, vogliamo vedere la legislazione antimafia che c'è in
Italia? Essa è il frutto dell'affastellamento di una serie di misure che
sono state pensate ed attuate nell'ottica dell'emergenza, cioè
nell'ottica della risposta alla sfida mafiosa. Noi abbiamo una legge
antimafia frettolosa e carente, che non affrontava per niente la
dimensione finanziaria, cioè era arretrata di almeno vent'anni rispetto
alla realtà, approvata nel settembre del 1982, per dare una risposta
immediata al delitto Dalla Chiesa. Abbiamo una serie di altre leggi dopo
l'assassinio di Libero Grassi, dopo le stragi in cui sono morti Falcone
e Borsellino. Tutte queste leggi, ripeto, sono state pensate nell'ottica
della reazione alla sfida mafiosa. Il risultato è un castello di
contraddizioni e di incongruenze. Da qualche anno si parla di un Testo
unico in cui ricostruire questo impianto legislativo, in base ad un
criterio di coerenza, ma ancora questo Testo unico non si vede. Quindi il
fatto che si sia attenuata e in parte cancellata questa legislazione, con
il rientro di un garantismo che non tiene conto dell'evoluzione del
fenomeno mafioso, è il frutto di un clima determinato dal ritorno alla
"normalità". Invece di abrogare sostanzialmente la legislazione
antimafia, bisognerebbe mettere mano seriamente al riordino di questa
legislazione, definire con chiarezza le varie figure di reato e, per
quanto riguarda il rapporto mafia-politica e più in generale
l'articolazione del sistema relazionale mafioso, bisogna definire con
chiarezza la figura del concorso esterno in associazione mafiosa. Come
bisogna pure che ci sia una legislazione sui collaboratori di giustizia
che non sia come quella che è passata negli ultimi tempi, dettata dal
desiderio di buttare insieme il bambino e l'acqua sporca. Le collaborazioni
hanno avuto un ruolo e bisogna incentivarle, ma bisogna che tutto questo
avvenga all'interno di un quadro di garanzie che deve portare ad un uso
corretto dei collaboratori di giustizia ma non alla loro "abolizione".
Bisogna riordinare tutto questo mondo della legislazione in modo da dare
alla magistratura degli strumenti adeguati, per poter agire correttamente
ed efficacemente.
Per quel che riguarda la società civile e la voglia di normalità, come
ribadire l'importanza dell'azione antimafia tra l'indolenza, l'apatia,
la stanchezza della gente ?
La società civile deve fare un salto di qualità, cioè passare
dall'emozione al progetto. Questo è molto difficile, però o si fa questo
o si regredisce e ci si limita a vivacchiare. Il problema è unire valori
a interessi, unire la lotta alla mafia ad un progetto di sviluppo
economico, rafforzando l'economia legale, e ad un progetto di
partecipazione democratica. Bisogna incentivare la cultura della
partecipazione, esatto contrario della cultura della delega. I processi
di liberazione non avvengono attraverso la delega ad un liberatore ma
attraverso un impegno corale, quotidiano. L'antimafia o torna ad essere
lotta di massa sul piano dello sviluppo, dell'economia legale, sul piano
della lotta politica, dell'impegno quotidiano, oppure la delega a
qualcuno non potrà che essere un'opzione perdente. Non vedo l'azione
antimafia come qualcosa di separato da un progetto di cambiamento, che
potrà cominciare a concretarsi solo se ci sarà una presa di coscienza e
la partecipazione attiva di coloro che vogliono seriamente impegnarsi
collettivamente, rifuggendo da una duplice tentazione: quella della mera
testimonianza e l'altra della retorica unanimistica.
Quale percorso crede che seguirà l'antimafia alla luce dei risultati
delle recenti elezioni e considerando anche le successive consultazioni
regionali e comunali?
Se vogliamo riflettere seriamente sul voto possiamo dire che ha vinto una
certa immagine del potere, che possiamo schematicamente ricostruire in
questo modo: per un verso c'è il successo personale di un personaggio che
si propone come l'imprenditore che si è fatto da sé, come l'uomo di
successo che si è costruito con le sue stesse mani, poi bisognerebbe
vedere se si è fatto veramente da sé o se questo suo successo
imprenditoriale è il risultato del peggio della prima repubblica. Insieme
con questo successo personale, altro ingrediente dell'immagine del potere
è l'ostentazione della ricchezza, un terzo ingrediente si può definire
l'ostentazione dell'impunità. Nonostante tutti gli attacchi che ha
ricevuto da una certa parte, Berlusconi dà di sé un'immagine vincente
come qualcuno che è riuscito, o con la prescrizione o con altri
strumenti, ad aggirare la giustizia, è uscito indenne dai processi già
celebrati e pensa di uscire indenne dai processi in corso. Per inciso,
questo non riguarda solo Berlusconi, in questa ostentazione dell'impunità
troviamo anche altri personaggi che sono stati candidati nonostante
processi in corso e sono stati eletti con valanghe di voti.
Che cosa significa candidare questi personaggi indagati o sotto processo
per concorso in associazione mafiosa? Significa che c'è una sfida alla
giustizia e uno sfoggio dell'illegalità impunita, anzi impunibile. I
processi in corso vengono fatti passare come atti persecutori delle
"toghe rosse" e molti hanno accettato quest'immagine di una legalità
persecutoria messa in atto da magistrati che si servono della giustizia
per fare politica. Per completare il quadro, si aggiungano le
dichiarazioni di Berlusconi sulle società offshore, collocate nei vari
paradisi fiscali, costituite per pagare meno tasse, un vero e proprio
elogio dell'elusione fiscale e una sorta di manifesto del Neoliberismo
elaborato dalla Scuola di Arcore, condensato nella massima: "per la
sinistra è consentito tutto ciò che è permesso dalla legge, per noi è
consentito tutto ciò che non è vietato". Una bella lezione di moralità a
cui non dev'essere estraneo l'apporto dell'apostolo Previti.
Questi ingredienti: il successo personale, la ricchezza ostentata,
l'impunità che si meritano il ricco e l'uomo di successo, hanno costruito
un'immagine del potere che è anche un modello antropologico vincente. C'è
un vecchio proverbio siciliano, intriso di mafiosità, che tradotto in
italiano suona così: "chi ha soldi e amicizia se ne infischia della
giustizia". Questa vecchia "sapienza" mafiosa ha fatto strada e ha
trovato nuovi devoti, in Sicilia e altrove.
In Sicilia abbiamo avuto risultati che, con punte dell'ordine del 63,3%
per il centro-destra ad Acireale, del 62,1% in un collegio del catanese,
del 61,7% in un collegio messinese e anche nel palermitano abbiamo avuto
60,7% a Bagheria, vanno oltre i successi della Democrazia Cristiana,
anche se bisogna tener conto del passaggio dal sistema proporzionale a
quello attuale, un misto di maggioritario e di proporzionale, che ha
avuto effetti micidiali in tutta l'Italia, ma in particolare in Sicilia,
dove il centro-destra, ha preso tutti i seggi (61 su 61) attribuiti con
il sistema maggioritario e il centro-sinistra è rimasto a bocca asciutta.
Il distacco in termini di voti non è così netto ma è comunque
preoccupante (alla Camera il centro-destra ha avuto circa un milione e
mezzo di voti, il 51,5 %, e al Senato quasi 1.245.000 voti, il 49%; il
centro-sinistra alla Camera poco più di un milione di voti, il 34,7%, al
Senato poco più di 765.000 voti, il 30,4).
Un altro dato preoccupante è il crollo delle sinistre, di quel tanto che
rimane delle sinistre, anche nelle provincie che erano delle roccaforti
rosse. Qui bisogna riflettere seriamente. Questa è una sconfitta che in
larga parte il centro-sinistra si è meritata, in questi anni non si è
fatto che inseguire i temi privilegiati della cultura di destra, come la
flessibilità e la sicurezza. Cioè in definitiva il centro-sinistra si è
presentato come un "meno peggio" e gli elettori, tanto in Sicilia che nel
resto del Paese, hanno pensato che il rinnovamento passasse attraverso la
delega al santo miracolatore Silvio Berlusconi. Ma bisogna dire che anche
nel centro-sinistra altri personaggi hanno questa cultura del liberatore,
del leader carismatico, del "ci penso io". In definitiva c'è una
tentazione pericolosa che è la tentazione della delega, cioè
l'espoliazione della politica e la delega al santo miracolatore che
risolverà tutti i problemi. Ovviamente il santo miracolatore numero uno è
Berlusconi che si è presentato come un "Giano millefronti", operaio e
imprenditore, quello che fa tutto e il contrario di tutto. Ma anche nel
centro-sinistra c'è la stessa tentazione della delega, della devozione
per il liberatore, il santo miracolatore, che qui a Palermo rinnova i
fasti di Santa Rosalia che avrebbe liberato la città dalla peste.
In conclusione, oggi di antimafia ne vedo molto poca in giro. In ogni
caso vorrei ribadire che l'antimafia non si delega a nessuno. Alle
prossime elezioni regionali bisogna impedire che ci sia un'altra ondata
di piena del centro-destra, ma il presidente della Regione e il suo
governo potranno dare un contributo alla lotta contro la mafia a livello
istituzionale solo se faranno delle scelte chiare e coraggiose, senza
inseguire il consenso ad ogni costo.
Il problema è fare della lotta alla mafia uno dei punti essenziali di una
politica di rinnovamento, con forze politiche seriamente impegnate a
ridefinire la loro identità e una società civile capace di darsi un
progetto e una reale autonomia. Ripeto, io non credo nei liberatori, non
credo nei santi miracolatori, qualunque sia il colore dell'aureola.
Pubblicata sul giornale "L'Ora", 1 giugno 2001. Il testo è stato rivisto.
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